Estratto dell’intervento della Dott.ssa Anna Maria Tarantola Presidente della RAI al convegno “Donna è…” Roma 5 marzo 2014 Sala Sinopoli, Auditorium Parco della Musica  
Questo convegno nasce dalla consapevolezza del valore economico, sociale, politico e culturale dell’uguaglianza di genere in tutti i campi, dei passi ancora da fare per il perseguimento di una parità sostanziale, della necessità di svegliare le coscienze delle giovani generazioni che si sono un po’ “assopite” e considerano le tappe raggiunte il massimo che si possa conseguire. Nasce anche dalla considerazione di come la scarsa presenza e le modalità di rappresentazione della donna sui media possano veicolare messaggi distorti e non agevolare l’affermazione di una diffusa cultura di genere.
Lo scopo fondamentale è quello di accrescere e diffondere la conoscenza sulle potenzialità delle donne, sui vincoli che ancora frenano il loro pieno sviluppo, sui limiti all’accesso al mondo del lavoro e alle posizioni di vertice, sul tema generale dell’empowerment.

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Il punto di partenza: benefici per tutti
Il punto di partenza non può che essere quello economico e soprattutto la considerazione – mai sufficientemente affermata e analizzata – che il disequilibrio è un costo e che il perseguimento di una parità sostanziale in tutti gli ambiti e a tutti i livelli non è un lusso, ma una necessità per migliorare le condizioni di vita, il benessere e lo sviluppo di tutti noi.
Studi dell’ Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (OCSE), della Banca d’Italia, del Censis, tra gli altri, hanno mostrato come una maggiore presenza femminile nel mondo del lavoro, della politica, delle istituzioni abbia molteplici effetti positivi.
In Italia, nonostante gli indubbi progressi, significativi sono  i divari da superare: il tasso di occupazione femminile è nettamente inferiore a quello maschile, soprattutto nel mezzogiorno, e lontano dall’obiettivo di Lisbona; le donne sono sovrarappresentate nelle posizioni lavorative meno remunerate e con minore contenuto professionale.
Il glass ceiling non è stato ancora infranto, nonostante si convenga che una maggiore diversity ai vertici delle imprese ne migliori i risultati economici  e le loro strategie di lungo periodo.
Stereotipi e cultura restano difficili da vincere. Abbiamo oggi un Governo formato per metà da Ministri donne, ma i commenti del giorno dopo sulla squadra di governo erano sui curricula per gli uomini, sulla mise per le donne!
Quali sono le radici dei persistenti divari?
La sottorappresentazione nel mercato  del lavoro, nelle istituzioni,  nelle posizioni apicali delle imprese, che persiste nonostante l’introduzione delle cosiddette quote di genere, è il portato di lacune culturali e di barriere anche organizzative.
Il fattore tempo è uno di questi ostacoli: i talenti delle donne sono troppo spesso mortificati dalle difficoltà di conciliare famiglia e lavoro. I cosiddetti “work-family conflicts”,  le situazioni di disagio o di pressione che la donna subisce nel tentativo di conciliare più ruoli, costituiscono ancora dei veri e propri sbarramenti. La lavoratrice-moglie-madre-figlia spesso si sostituisce a un welfare carente a discapito della qualità della propria vita, sacrificando il tempo libero, a detrimento delle attività relazionali e della crescita individuale. L’“affanno nel far tutto al meglio” comporta  l’abbandono della carriera intrapresa o un frustrante dilemma nell’impiego delle energie.   Perdita della serenità nell’esprimere le proprie potenzialità o, in caso di rinuncia, uno svantaggio economico del nucleo familiare sono le ovvie conseguenze.
 Per valorizzare le risorse femminili, vanno resi ancora più flessibili tempi e luoghi di lavoro (part-time, telelavoro, banche delle ore), servizi offerti (asili nido) e forme di sostegno finanziario. La tecnologia oggi ci aiuta. Naturalmente le imprese devono investire ma si tratta di investimenti ad alta resa con impatti positivi: la conservazione dei talenti, la diminuzione dell’assenteismo, il clima più disteso, migliori capacità, crescita in produttività.
Ma solo se questi strumenti vengono ugualmente impiegati da uomini e donne il beneficio è ampio per tutti, assicurando e stimolando, tra l’altro, la condivisione del ruolo genitoriale. Anche in questo caso ci troviamo di fronte ad una questione culturale, di educazione, di evoluzione sociologica dei ruoli.
Un altro ostacolo fondamentale  è rappresentato dalla presenza di stereotipi particolarmente radicati nel nostro Paese. Le donne sono ritenute poco credibili, poco pronte nel prendere decisioni, emotive, poco resistenti, senza attitudine al comando, non portate per gli affari e per la tecnica, poco propense alla competizione, più preparate degli uomini, ma meno affidabili.
Gli stereotipi possono essere all’origine di un fenomeno spesso non percepito e pertanto difficile da combattere: la cosiddetta “discriminazione implicita”, non voluta, che è però alla base di scelte  a sfavore delle donne.
Gli stereotipi escludono e alimentano l’autoesclusione, costituiscono una barriera sottile, quasi trasparente, ma tanto forte da impedire la crescita verso livelli manageriali elevati. Vanno quindi combattuti sul piano culturale, sociologico e psicologico per raggiungere un’equità reale, sia orizzontale (pari trattamento delle risorse che possiedono pari capacità), sia verticale (trattamento differenziato in funzione di capacità diverse), che prescinda dal genere.
Cosa fare oggi?
Un primo importante passo per il riequilibrio, ed è la base di questi due giorni di convegno, è quello di trovare nelle nostre esperienze di donne quanto ci sia di condivisibile e utile, e diffondere informazioni con rinnovato e fattivo spirito di collaborazione, per alimentare la consapevolezza che le donne sono una risorsa preziosa per il Paese; lo sono e come tali vanno utilizzate e valorizzate. E’ poi necessario aiutare soprattutto le giovani donne a credere in se stesse, a investire nelle proprie capacità e a sviluppare le proprie potenzialità, senza replicare i modelli di comportamento maschile. E’ dall’insieme delle diversità che si crea efficienza, non dall’omologazione, né dalla prevaricazione di un modello sull’altro.
In questo progetto un ruolo fondamentale compete alla scuola, all’università e alle istituzioni preposte alla diffusione della cultura. Sarebbe bello che le scuole presentino figure femminili che hanno fatto la storia, che i curricula sappiano accompagnare i giovani nell’importante processo formativo avendo presente l’equilibrio di genere e la consapevolezza che l’evoluzione dell’essere umano è il portato dell’azione congiunta di donne e di uomini.
Questo processo evolutivo è necessario per radicare sin da giovani il rispetto delle donne, del loro ruolo e della loro dignità, per incidere sulla violenza di genere, per ampliare la loro presenza nel mondo del lavoro. Anche per questa via riusciremo ad assicurare alle generazioni future migliori prospettive di vita.
Altro elemento critico è la scarsa presenza di donne esperte. Stiamo cercando di riequilibrare la situazione anche attraverso la predisposizione di un elenco di esperte nelle varie discipline.
Infine particolarmente rilevante è la sottorappresentazione delle donne nei programmi di sport.
Queste criticità sono oggetto di analisi e di monitoraggio; sulla loro soluzione sono coinvolti tutti i Direttori di rete e di testata perché siamo consapevoli che avere più donne nei vari ruoli è necessario per assicurare una visione più completa dei fenomeni.
Migliorare la qualità della rappresentazione è anche un modo per combattere la violenza contro le donne. Ma ovviamente non basta, occorre anche usare linguaggi appropriati e dare rilevanza e dignità alle vittime. Sull’uso ormai comune di chiamare i delitti di madri, fidanzate, mogli, ex, conviventi, amanti, figlie con il neologismo “femminicidi”, concedetemi una breve nota. Il termine può risultare e risulta poco “simpatico”, quasi spregiativo. Nell’immediatezza della formula che sta ad indicare la violenza fisica e psicologica sulle donne, non c’è mai il tempo di chiarire come il termine sia nato in occasione di una strage di donne in Messico. Da allora “femminicidio” riassume in sé una denuncia civile a livello internazionale. Personalmente, tuttavia, preferirei parlare di “donnicidio”, perché si tratta di donne, di donne uccise e violate.
Conclusioni
Per concludere  tutti i media, non solo la Rai, possono svolgere un ruolo importante, tenendo viva l’attenzione sul tema dell’equilibrio di genere, fornendo le necessarie informazioni, proponendo approfondimenti e forme di intrattenimento, capaci di accrescere la consapevolezza e di suscitare emozione.
Non si tratta di “insegnare”, ma di informare e rappresentare correttamente, proponendo modelli che aiutino la conoscenza e la crescita socio-culturale e favoriscano un ulteriore progresso sul percorso di bilanciamento della rappresentanza delle donne in ogni ambito sociale.

“Donna è…” Roma 5 marzo 2014: estratto dell’intervento della Dott.ssa Anna Maria Tarantola

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