La coincidenza tra i 100 anni dalla nascita del visionario Federico Fellini e le polemiche sul prossimo festival di Sanremo (tacciato di sessismo), mi ha fatto pensare al film La città delle donne.

Nella pellicola di Fellini del 1980 Marcello Mastroianni, che interpreta Snàporaz, ha l’ingrato compito di incarnare il maschio testosteronico a confronto con le contestazioni femministe. Donne e uomini nel pieno della ridefinizione dei loro ruoli sono i protagonisti del film, che dà uno spaccato di una società che stava cambiando in maniera radicale.

Con le immagini del convegno internazionale di femministe, Federico Fellini offre una rappresentazione dei movimenti degli anni ’70 che hanno messo in discussione irreversibilmente il patriarcato. Mentre con il dottor Katzone e il suo castello fallocentrico mette in scena tutte le convinzioni sul quale è costruito il maschilismo e la virilità machista in tutta la sua fragilità. E in mezzo lui, Snàporaz, che, esasperato, prova a porsi delle domande e a cercare di comprendere questo sconosciuto mondo delle donne. Ma alla fine non può che risvegliarsi, confortato, accanto a sua moglie.

Questo film pone già nel 1980 tutte le istanze del movimento femminista, che avrebbero portato alle politiche di genere e alle pari opportunità, e in questo Fellini si dimostrò capace di essere testimone del suo tempo, e anticipatore di quelli che sarebbero venuti, mostrando l’incomprensione e l’incomunicabilità tra i due sessi.

IL FILM

Ripensare a La città delle donne oggi, nel pieno delle polemiche che hanno investito Sanremo, non può che porre una triste domanda: ma come siamo passati da un Fellini che, in un film del 1980, ha contezza della profondità delle questioni che pone il femminismo, ad un Amadeus che, come direttore artistico del festival di musica leggera più popolare della TV pubblica, non ha la minima cognizione di questi stessi temi?

Come siamo passati da un cinema (vedi anche Pier Paolo Pasolini, Michelangelo Antonioni) e da una televisione (vedi il maestro Manzi, Antonello Falqui, Mina) consapevoli dei costumi e dei mutamenti sociali del proprio tempo, ad una produzione audiovisiva così superficiale, impreparata e irresponsabile? Ovviamente mi riferisco all’intera industria e non al solo capro espiatorio che, nel caso di Sanremo, è diventato Amadeus.

Gli Amadeus

Come è stato possibile che un paese, che ha creato eccellenze nel mondo della cultura, oggi si sia ridotto a realizzare dei prodotti che spesso ci fanno vergognare e danno una rappresentazione culturalmente povera della nostra società, passando spesso anche da un linguaggio inappropiato? Perché la conoscenza di un argomento porta con sé anche il proprio lessico, fatto di parafrasi, metafore, immaginari. Il sessismo e la violenza, per esempio, sono da sempre nei testi delle canzoni, nei film e nei libri, ma non necessariamente espressi con la stessa volgarità di Junior Cally.

E dunque, torno a chiedermi: come siamo arrivati qui?

Molte delle risposte le conosciamo, ma resta comunque il grande enigma di dove siano andati a nascondersi i visionari…


Federico Fellini “Mi sono inventato quasi tutto: un’infanzia, una personalità, nostalgie, sogni, ricordi per il piacere di poterli raccontare”

Le storie


 

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