Intervista ad Alessio Tagliento, talento comico italiano

di Lorenza Fruci

INTERVISTA PUBBLICATA SU L’UNITA’ DEL 28 MARZO 2017

Due chiacchiere con chi dell’umorismo e della risata ha fatto il suo mestiere: Alessio Tagliento. Storico autore di Zelig dal 2000, insieme al trio comico salernitano Villa PerBene ha scritto anche Occindetali’s mamma (per la regia di Francesco D’Antonio, con Leonardo Fiaschi nei panni di Gabbani e Maria Bolignano in quelli della mamma milf) che, grazie a milioni di visualizzazioni su youtube, è stata la parodia più riuscita della canzone vincitrice dell’ultimo Sanremo Occidentali’s Karma di Francesco Gabbani. 

Qual è stata la chiave del successo di Gabbani?

Gabbani è un figo pazzesco. Anche se della sua musica potrei fare tranquillamente a meno, mi piace il personaggio e il tipo di comunicazione che fa. Io credo che in questo momento la vera satira sia il qualunquismo, cioè riuscire a dire delle cose qualunque senza avere un’opinione forte. E’ il modo di prendere in giro trasversalmente la nostra società che ha il commento precoce e il punto di vista preconfezionato. E Gabbani lo fa e lo fa, ovviamente, con il suo mezzo che è la musica.

Quindi avrebbe avuto successo anche se non avesse vinto Sanremo?

Ma certo, e scimmia a parte. Il testo di Gabbani è fatto da polaroid, è un susseguirsi di selfie, non ha un senso di costruzione, è tutto slegato. Sono pochi a scrivere così, è un modo molto beat generation di scrivere, improntato su temi che moderni non sono. E tutto quello che Gabbani cita in realtà è una trasposizione male interpretata dei grandi classici. Come ti dicevo sembra veramente qualunquista, cioè “ti dico quelle cose perché non voglio dire niente”. In realtà è un po’ come quelli che su facebook mettono la frase famosa senza sapere il contesto in cui è stata sviluppata e soprattutto chi l’ha detta e che cosa voleva dire. Gabbani ha fatto lo stesso e ha preso tutti quelli che fanno questo gioco inconsapevolmente tutti i giorni.

Su Repubblica del 22 Marzo 2017 Francesco Gabbani ha commentato così la vostra parodia “Questa è la mia parodia preferita, lo confesso”. Ve lo aspettavate?

Gabbani è stato uno dei primi a condividerla, gli è piaciuta tantissimo, anche se non credo che si sarebbe aspettato un risultato come questo. Lo avevamo informato prima e, dato il rispetto verso il vincitore di Sanremo, e lo dico senza retorica, la preparazione e le riprese sono state fatte in maniera molto accurata.

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Qual è la differenza tra satira, comicità e umorismo?

La satira ti fa fare la risata a denti stretti, o addirittura non ti fa ridere ma riflettere un po’, l’umorismo viene prima della comicità, ti fa fare un sorriso, ti porta buon umore, scherzando e facendo battute sulle cose che ti fa vedere in maniera più giocosa. E poi c’è la comicità, quella che ti fa proprio ridere, che deve avere un effetto liberatorio.

Cosa pensi della satira di Charlie Hebdo?

Ero uno dei pochi che conoscesse la rivista prima dell’attentato per motivi di lavoro… non mi sono mai piaciuti, è difficile che la comicità e la satira francese possano piacermi, perché loro hanno questo graffio che non ci appartiene, noi siamo troppo “sensibiloni”, lacrimosi, e mammoni per piegarci al piacere di quel tipo di satira. Infatti chi lo fa in Italia poi si becca le conseguenze. A me non piace perché è elitaria, è quella cosa per cui ti devi liberare da qualsiasi appartenenza per poter apprezzare quello che dicono.

Qual è il processo creativo alla base della comicità o dell’umorismo?

Non esiste un vero e proprio processo creativo che possa giustificare la battuta. La battuta arriva come una doccia di pioggia. Ti bagna o niente. La battuta si appoggia sempre sullo stimolare un punto di vista diverso, quello che ti provoca la sorpresa e la risata.

Dove si trova il nutrimento per la creatività?

Dal guardarsi intorno che è come posizionare la telecamera. Quando invece si schiaccia REC si decide di raccontare delle cose con spirito critico.

Alessio Tagliento con Vincenzo Albano

E come si scelgono i personaggi?

Capendo qual è la faccia attraverso la quale vorresti dire delle cose, qual è il chiavistello giusto per aprire la porta della sensibilità comune in quel momento. Il bello di questo mestiere è sapere quando schiacciare il tasto REC.

E il brutto?

Il brutto di essere un autore comico è il fatto di non essere internazionale. Invece il successo degli americani e degli inglesi è nell’essere internazionali nella comicità.

E’ il problema che ebbe anche Totò…

Il fatto di essere “locali” potrebbe essere infatti una specie di tradizione, è come se ci portassimo dietro una consuetudine che di fatto è un problema. Partiamo a fare questo lavoro già con la rassegnazione che resterà in Italia. Un autore comico, come un comico, non è un cervello in fuga. Chi intraprende il mio mestiere, benché padrone di un’altra lingua, qualsiasi essa sia, non riesce a portare fuori dai confini la comicità italiana perché all’estero non funziona.

Un bravo attore deve essere anche performer?

Idealmente sì, dovrebbe anche saper cantare e intrattenere. Quelli bravi sono il contrario del talent. Noi in Italia non abbiamo mai provato a formare delle persone come si fa in America dove usano tutte le discipline per fare performing. Noi creiamo delle verticalità, anche in questo caso nessun cervello in fuga… e quindi restano tutti qui.

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Alessio Tagliento

Quello dell’autore tv però è un bel lavoro…

La gente lo pensa, ma la cosa più brutta che io abbia mai visto è una riunione di autori. Credo che le persone che fanno il mio mestiere abbiano un modo sbagliato di porsi in maniera reciproca… siamo tutti dei galletti spennacchiati convinti di essere i padroni del pollaio. Siamo tutte persone che, lavorando dietro le quinte, non abbiamo delle medaglie visibili, ci conosciamo solo per nome e per quello che abbiamo fatto. Quindi durante le riunioni gli sguardi stanno tutti ad indicare “Tu non sai chi sono io, quello che ho fatto io…”. Essere degli autori tv è molto simile ad essere delle star del porno di cui non ci si ricorda la faccia ma solo l’attributo, che per gli autori è la penna “Ah lui è quello che ha scritto…”.

A quando il tuo primo libro?

Ho fermo nel cassetto un romanzo “What If“, come sarebbe il mondo se fosse accaduta una certa cosa. E poi una raccolta di racconti non comici perché quando non scrivo cose comiche i miei testi sono pieni di morti, disperazione, problemi da risolvere. Sono molto Chuck Palahniuk in questo. Ho quella deriva lì…

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Zelig

Tu spesso dici di essere cinico. Lo sei veramente?

E’ falsissimo… è una protezione pazzesca di una fragilità terribile.

Però può essere una leva della tua scrittura?

No, è proprio uno stile. Sono certo di essere cinico nel modo in cui vedo la vita e le cose che critico, ma non mi posso rappresentare come cinico in senso assoluto perché poi mi commuovo, piango.

Allora ambisci ad essere cinico?

No neanche, perché non mi piace, io mi sento buono, preferisco essere quello che aiuta e vede il lato positivo delle cose piuttosto che mettermi di lato e ridere. Però voglio far vedere di essere in grado di mettermi di lato e ridere perché mi protegge e mi dà un po’ il personaggio.

Tra i personaggi che hai creato ce n’è qualcuno a cui sei più affezionato?  

Uno su tutti non ci dev’essere perché gli altri si offenderebbero.

E Marta e Gianluca?
Loro sono una delle cose più longeve che abbia mai fatto, per cui mi sono speso di più nella vita. Lì c’è tanta creatività, affezione, affettività, amici. C’è tanto del mio passato… Io ho approcciato al mondo della comicità grazie a Gianluca che mi ha accolto nel 1997 nel suo cabaret di Milano Lo Scaldasole, il primo gruppo laboratorio di comicità in Italia. E’ stata la prima esperienza che mi ha insegnato l’importanza del gruppo.

Prima che facevi?

Prima degli anni 2000 facevo un’altra vita. Di giorno mi occupavo di marketing nell’elettronica e di notte facevo quello che faccio adesso: avevo una doppia vita come Batman. La sera buttavo la cravatta nel bagagliaio per fare prima la rockstar e poi l’attore.

Come mai il tuo soprannome è Stratocaster?

E’ il modello di chitarra Fender che preferisco, mi ha chiamato così, per la mia maniacalità nel collezionarle, il giornalista Cristiano Valli alla fine degli anni ’90, all’epoca conduttore di una trasmissione radiofonica nella quale lavoravamo insieme.

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Il tuo primo amore in realtà è la musica…

Sì, sì. Una delle cose che non faccio ma che avrei voluto fare nella vita: il musicista morto a 33 anni, il cronista dalle zone di guerra e poi la pornostar…

(NDR che però, secondo la sua teoria, facendo l’autore, forse un po’ pornostar lo è…)

 

Intervista ad Alessio Tagliento, talento comico italiano

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