Intervista con Daniele Pittèri

Intervista pubblicata su Artribune il 18 Febbraio 2018

di Lorenza Fruci

Daniele Pittèri, direttore del Santa Maria della Scala di Siena, anticipa ad Artribune la programmazione artistica del 2018 e gli obiettivi strategici del Piano di sviluppo per il 2018-2021, frutto dei suoi primi due anni di gestione del Complesso Museale che hanno riportato visibilità e visitatori alla struttura.

Lei è in carica da Febbraio 2016. Come ha trovato il Santa Maria della Scala?

Abbandonato. Da una parte mancava una progettualità di medio lungo periodo e dall’altra non c’era una visione concreta dei fabbisogni, anche relativi alla gestione ordinaria del luogo. Questo era determinato dai costi enormi di questo spazio e dal fatto che bisognava capire come procurarsi le risorse.

Concretamente quali erano i problemi?

C’erano due ordini di problemi. Il primo è che il Santa Maria della Scala è un complesso di 40mila metri quadrati che è stato restaurato solo parzialmente. Una metà è ancora distrutta e l’altra, che è stata recuperata spendendo in passato alcune decine di milioni di euro, non era stata completata. Quindi, prima di pensare allo sviluppo futuro dei 20mila metri quadrati da recuperare, bisognava fare in modo che la parte da terminare (oggi visitabile), andasse a regime e fosse funzionale nel più breve tempo possibile. Gli investimenti andavano diretti a ultimare quello che era stato cominciato. Il secondo problema era la mancanza di una visione di prospettiva del luogo, sia come indirizzo che come coerenza di progettazione culturale. Negli ultimi anni l’edificio era stato utilizzato come un contenitore dove si poteva fare qualunque cosa. E quindi il secondo livello di operatività è stato quello di capire come dare un indirizzo chiaro al Santa Maria della Scala che potesse svilupparsi nel futuro, legandovi contemporaneamente tutta una serie di investimenti, di recupero e sistemazione degli spazi interni. Questi sono stati i primi due macroproblemi che mi sono trovato ad affrontare.

E quale strategia ha messo in atto per risolverli?

Abbiamo diretto alcune delle occasioni di finanziamento ai problemi strutturali. Una parte di provenienza dal Comune di Siena è stata utilizzata per mettere il museo in sicurezza, per farlo diventare il primo italiano all’interno di uno spazio storico perfettamente a norma sotto il profilo antincendio e per creare le condizioni climatiche adatte ad ospitare le mostre. Un’altra parte di finanziamenti, che arriverà dalla Regione, li adopereremo invece per terminare altri lavori ai quali saranno legati problemi di visione perché questi impianti prevedono costi di manutenzione. Quindi di conseguenza siamo andati a fare degli aggiustamenti progressivi sui bilanci, stabilendo i costi attuali e prevedendo quelli futuri.

Si è dato delle priorità?

La sicurezza delle persone, dei lavoratori, dell’immobile e delle opere sono state le priorità. Questo ci ha consentito anche, come risultato, di riaprire un’ala di circa 2.000 metri quadrati (ndr Palazzo Squarcialupi dove fino all’8 Aprile 2018 è stata prorogata la mostra di Ambrogio Lorenzetti) che era chiusa da cinque anni, e poterla riutilizzare sia per attività temporanee di mostre, sia per convegni e piccolo spettacolo, creando quindi uno spazio importante anche per la città dove non esiste una sala da 300 posti e in prospettiva una possibilità di differenziazione degli incassi. Questi interventi di sicurezza ci hanno permesso di conseguenza di aumentare la capienza del complesso museale da 180 persone a circa 1.000 e nell’estate 2018 arriveremo a 1.800, il che significa avere capienza doppia degli Uffizi di Firenze, che ha 900.

Quali soluzioni per la gestione ha messo a punto in questi due anni di direzione?

Aver fatto una gara, di cinque anni più cinque rinnovabile per altri cinque, per trovare un gruppo di imprese che, in regime di semiconcessione, collaborasse con noi, investendo anche in parte nel lungo periodo. Il raggruppamento di imprese trovato mi ha consentito di avere un partner che investe, mi dota di personale e servizi, si carica di una serie di costi. In cambio le imprese si prendono gli incassi, dando a noi una royalty di base del 18%, che ha una serie di aumenti incrementali a seconda degli incassi complessivi. Oltre alla gara, abbiamo fatto un accordo importante con il Duomo, che è di fronte a noi, che fa 2 milioni di biglietti all’anno: abbiamo centralizzato la biglietteria di Piazza Duomo dentro il Santa Maria della Scala e abbiamo creato un biglietto unico. Queste due operazioni, oltre ad una promozione, ad una programmazione culturale e ad un ritorno sui media, con conseguente visibilità che si era perduta nel tempo, ci hanno permesso di ottenere dei risultati interessanti.

Quali?

Già nel 2016 abbiamo aumentato i visitatori da 69mila a 82mila. Poi nel 2017 abbiamo fatto il grande salto superando i 132mila (ai quali vanno aggiunti i circa 30mila della mostra di Ambrogio Lorenzetti e i circa 10mila degli eventi estivi in piazza Duomo), aumentando i visitatori del 60,48% rispetto al 2016. Ma secondo me il Santa Maria della Scala è un luogo che deve e può fare 350mila visitatori all’anno, quindi siamo ancora lontani dall’obiettivo. E’ iniziato un percorso. Vorrò dire che è un museo serio, che sfrutta appieno le sue potenzialità, quando arriveremo a quei numeri. In questi due anni di lavoro abbiamo dato avvio ad un processo nel quale sono stato molto supportato dall’amministrazione comunale ed in particolare dal sindaco Bruno Valentini che mi ha dato piena fiducia.

Il bando di gara di cui parlava può essere un modello da riproporre per la gestione di altri musei?

Questo bando che abbiamo fatto è abbastanza particolare, come ho detto è in regime di semiconcessione, cioè a metà tra la concessione e il servizio. Abbiamo lavorato molto su questi due elementi, mettendo insieme parti diverse delle leggi che consentono di farlo. Come modello è abbastanza innovativo, soprattutto per i musei comunali per i quali potrebbe essere un bando d’esempio e replicabile. Mentre è più difficile da perseguire per i musei statali che sono maggiormente vincolati dalle norme.

Per il futuro avete messo a punto un piano di sviluppo per il 2018-2021. In che consiste?

Si tratta di una sorta di piano strategico. Lo stiamo licenziando solo ora perché all’inizio era impossibile farlo. Questo è un luogo molto complesso, che va capito, conosciuto in profondità e ci vuole tempo. Adesso che è tutto chiaro, ho istituito un gruppo di lavoro composto da una serie di esperti italiani che assieme a me hanno lavorato per elaborare un piano di sviluppo per i prossimi anni partendo da un elemento fondamentale, cioè che questo è un posto che nella sua storia ha avuto alcune caratteristiche che si sono ripetute nel tempo e che ne costituiscono l’identità: è un luogo di accoglienza, di cura, che ha sviluppato welfare e ha costituito un punto di incontro tra Siena e il resto del mondo. Questi sono gli elementi identitari che abbiamo voluto declinare nella sua nuova destinazione d’uso in ambito culturale e artistico. Con questo fine abbiamo costruito un piano di sviluppo che prevede sostanzialmente sei obiettivi strategici. Il primo è la valorizzazione del patrimonio e cioè implementare le collezioni, aumentando l’offerta permanente del Santa Maria della Scala. Per esempio, grazie al MIBAC, la primavera prossima riunificheremo qui la collezione Spannocchi-Piccolomini, 170 opere circa che andranno ad arricchire il museo in maniera permanente. Il secondo è la promozione culturale come centro di produzione. Per noi le mostre sono dei progetti su base di ricerca e studio e questo vale sia per Lorenzetti che per un artista contemporaneo. Il terzo obiettivo è lavorare su tutti i linguaggi contemporanei e soprattutto sul dialogo tra loro (musica, arte, letteratura ecc). Il quarto è tornare ad intessere un rapporto stretto con le università per far sì che questo torni ad essere un centro di studio e formazione, come è stato per molto tempo. Il quarto obiettivo è la cura e l’accoglienza delle persone: nel 2018 rifaremo, per esempio, tutto l’impianto di segnaletica interna e di racconto di Santa Maria della Scala, anche della sua storia, con linguaggi accessibili, per i non vedenti e per i disabili cognitivi. Accoglienza e cura per noi sono importanti anche sotto il profilo della possibilità di sviluppare welfare nel settore culturale, con una serie di servizi che possano esser utili ai cittadini ma anche ai cittadini provvisori e ai turisti. L’ultimo obiettivo, molto importante, è il processo di autonomia del Santa Maria della Scala. Siamo un museo comunale che riceve i soldi dal bilancio comunale, ma in un processo di crescita dobbiamo arrivare a trovare una forma di finanziamento diversa che consenta al Complesso Museale di operare in maniera più agile e di essere soprattutto autonomo, cioè di avere un proprio bilancio e proprie forme di finanziamento. Il nostro obiettivo è arrivare nel 2021, con dei passaggi intermedi, ad una piena autonomia. Partendo dal principio che Siena è una città che è conosciuta in qualunque parte del mondo, dobbiamo costruire assolutamente un organismo che dialoghi con l’estero e possa trovare dei partner finanziari e culturali internazionali.

Nel museo c’è anche una parte dedicata ai bambini. Quali novità per il Museo dei Bambini?

Lavoreremo ad un nuovo format del Museo dei Bambini che dovrà rinnovarsi e diventare un luogo permanente dove i bambini di questa città, o di passaggio, possano imparare l’arte divertendosi in qualunque orario del giorno con degli operatori specializzati. Inoltre vogliamo creare dei laboratori formativi, tenuti da operatori sanitari specializzati, che diano la possibilità ai disabili o a chi ha difficoltà cognitive di imparare dei mestieri e delle professioni nel campo delle arti, della conservazione e del restauro. Quindi un laboratorio con una ricaduta sociale di welfare importante.

Qualche anticipazione sulla programmazione artistica del museo?

A marzo ospiteremo una mostra dedicata a Josef e Anni Albers, due esponenti del Bahaus, che realizziamo in collaborazione con il museo di Cork e Zagabria. Sarà molto interessante perché avrà al proprio interno un percorso per non vedenti. Poi la mostra di Linda Burkhardt, artista che si esprime attraverso dei tappeti che dialogheranno con alcuni pezzi etruschi che provengono dal nostro museo archeologico. Un’operazione simile, ma dallo stile completamente diverso, sarà la mostra che faremo con Franco Biagioni, l’artista del Santaurio Mobile, ex voto laici che crea dalla fine degli anni ‘90 e che testimoniano avvenimenti della nostra epoca. Verrà a Siena per una residenza, raccoglierà delle storie locali e realizzerà delle opere a olio su tavola che dovrebbero dialogare con alcune biccherne che sono custodite nell’archivio di Stato. Poi ospiteremo una mostra di Li Chevalier, prodotta per l’occasione (un’artista che è stata alla Biennale nel 2016 e al MACRO nel 2017), ma soprattutto produrremo “Musica per gli occhi. Ibridazioni tra video arte, cinema e pop music” che è un progetto sulla musica pop e su come abbia influenzato o abbia avuto una ricaduta sulle arti visive e filmiche. Ci saranno videoartisti come Pipilotti Rist e ConiglioViola che utilizzano la musica pop come elemento fondamentale della loro poetica, opere di artisti come Jean-Michel Basquiat e Andy Warhol che hanno usato la musica pop e infine registi cinematografici come Michelangelo Antonioni, Wim Wenders e Derek Jarman che hanno fatto video clip per grandi star della musica pop.

Lei ha un lungo CV con diverse esperienze professionali. Nel gestire il Santa Maria della Scala si sente più direttore, manager, imprenditore, progettista culturale, curatore?

Direttore perché nella concezione attuale di questa figura rientrano anche tutte le altre. Il direttore di museo è una figura plurima oggi: è un manager culturale, è un imprenditore, è un visionario, una persona che gestisce ma che pensa e che produce cultura. Un manager culturale è uno che crea e facilita le condizioni affinché avvenga il cambiamento. Per me cultura è cambiamento.

Su Instagram ha scritto di sé “Dj in my spare time”…

Ma quale tempo libero? Da quando sono a Siena tempo libero non ne ho più. Per molto tempo ho fatto radio insieme ad un gruppo di amici a Napoli e quando faccio il DJ continuo a fare in serate dal vivo quello che facevo in radio… mi piace la musica, sono cresciuto in una casa di musica, mio padre faceva il critico musicale. Ascolto tutta la  musica da sempre.

 

Intervista con Daniele Pittèri

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