Monitor Roma. Ursula Mayer tra videoarte, scultura e superamenti di confini

di Lorenza Fruci

Pubblicato su Art a Part of Culture il 27 Marzo 2018

La galleria d’arte di Roma Monitor ospita The Soul Paints Itself In Machines, la mostra di Ursula Mayer.

A dieci anni di distanza dalla sua prima personale italiana, sempre presso l’omonima galleria, la film-maker e artista austriaca torna proponendo il film Atom Spirit (2016) e un corpo di lavori scultorei della serie Robotic Cells (2014), entrambi inediti in Italia. Nelle sue opere affronta i temi ricorrenti della sua ricerca artistica incentrati sull’identità oltre il genere, sulla sessualità come essenza e sull’ontologia umana e post-umana.

Nel film Atom Spirit, ambientato a Trinidad e Tobago, Ursula Mayer punta l’obiettivo sull’incontro tra l’ecologia e la tecnologia, gli uomini e la macchina, la biologia e l’artificio, seguendo il lavoro di un gruppo di genetisti evolutivi che studiano e raccolgono il DNA da tutte le forme di vita per creare un’arca congelata criogenicamente. Per realizzare il film l’artista ha collaborato con la comunità LGBT di Trinidad e con la sua attrice feticcio transessuale Valentijn de Hingh.

Visivamente il susseguirsi e l’intersecarsi di immagini di paesaggi naturali e di luoghi paradisiaci con spazi scientifici e elementi cibernetici produce uno scenario avveniristico e crea uno spazio indefinito in cui fa convivere esseri animali, umani e non. Lo sguardo della regista porta lo spettatore a chiedersi se sarà veramente possibile un futuro condiviso con altre specie, ma soprattutto se gli uomini non ne saranno vittime, avendone danneggiato loro stessi l’ambiente e la sua bellezza.

A questa visione è strettamente collegato anche il tema dell’identità sessuale come superamento del genere inteso come limite, concetto che Ursula Mayer esprime nel lavoro scultoreo in mostra da Monitor, dal titolo See you in the Flesh 1-4, dove bocche, peni e vagine si fondano in un’unica forma, la cui solidità viene alleggerita e resa armoniosa attraverso la trasparenza e la liquidità del vetro di cui sono fatte.

Usando il video, la scultura, la fotografia, la scrittura e l’installazione per creare spazi simbolici, l’artista ci pone sempre di fronte allo stesso tema: il superamento del confine, inducendoci al confronto con le questioni sociali e culturali più attuali del nostro tempo. E lo fa anche mixando i linguaggi (superandone di fatto gli stessi intrinsechi confini), scelta stilistica evidente soprattutto nei suoi lavori filmici dove esplora sperimentazione, mito, cinema, poesia e semiotica.

Il pubblico romano ha potuto constatarlo l’8 febbraio 2018 alla Casa del Cinema, dove le è stata dedicata una rassegna cinematografica. Durante la serata evento, che ha anteceduto e introdotto il vernissage da Monitor, sono stati proiettati alcuni dei film dell’artista recentemente premiati alla White Chapel Gallery con il Jerek Darman Award, prestigioso riconoscimento che celebra i più visionari e radicali film-maker britannici, per nascita o adozione (Ursula Mayer, infatti è nata in Austria, ma da anni vive e lavora a Londra). La rassegna ha proposto la trilogia composta dai suoi film Gonda (2011), Medea (2013) e Cinesexual (2014).

In Gonda la regista critica la posizione della scrittrice e filosofa russo-americana Ayn Rand espressa nel testo del 1934 L’Ideale, attraverso una lettura critica degli aspetti del modernismo rivoluzionario e di come questo continui ad avere un impatto sulla nostra società. Nel film, mettendo al centro della scena l’immagine dominante della bellezza e dell’identità femminile espressa dall’attrice transgender Valentijn de Hingh, la Mayer dà vita a luoghi caleidoscopici e oggetti tra realtà e sogno che ricordano i film surrealisti.

In Medea l’artista omaggia la Medea di Pasolini (1969), girando nella location originale in Cappadocia, ma anche aggiornandola spostando ulteriormente il focus della narrazione sui possibili risvolti emancipatori del gender e sull’ontologia postumana. Il ruolo di Medea lo affida a JD Samson, una pop star e icona queer contemporanea, per dare un impatto politico al film come era caro fare a Pasolini, attualizzandolo però nell’epoca della globalizzazione.

In Cinesexual ritorna sia l’attrice feticcio di Mayer, Valentijn de Hingh, che la musicista JD Samson. Le due condividono lo spazio dell’apparato cinematografico e contemporaneamente lo schermo, con la finzione che simultaneamente produce, e questa coesistenza tra film-act e film fiction produce un ibrido in cui entrambe le realtà diventano intercambiabili e ci si interroga sulla relazione tra soggetto e oggetto.

Alla proiezione dei film è seguito un interessante incontro con Ursula Mayer e Jacqui Davies, producer del film, condotto dalla giornalista e critica d’arte Alessandra Mammì (che ha curato anche l’evento). L’artista ha ricordato l’influenza che ha avuto Pier Paolo Pasolini sul suo lavoro, non soltanto con Medea, ispirandola con la sua metodologia, come il teatro ritualistico, e con le sue singolari scelte del cast e dei costumi.

Sul proprio modo di girare e concepire il film d’arte Mayer ha raccontato che è affascinata dal cinema, per come le immagini si evolvono, creano un legame con noi e ci educano. In alcuni suoi film, dove per esempio gli attori recitano, non nasconde l’idea stessa di cinema, anzi la dichiara, anche se poi l’assemblaggio delle immagini le fa ripensare la costruzione del linguaggio filmico.

C’è poi la scelta del mezzo: in Atomic spirit Mayer ha girato in 16 mm per il quale ha detto di avere un particolare amore perché è una materia organica che necessita di luce e di un processo naturale per lo sviluppo. Ma ha aggiunto che il video è sempre in evoluzione e non sa se utilizzerà sempre la pellicola, anche perché si stanno aprendo degli spazi nel cinema per gli artisti che possono offrire sperimentazioni.

A proposito della differenza tra film d’arte e cinema, la producer del suo film Jacqui Davies ha fatto un’analisi della produzione e della distribuzione nei due casi, sottolineando che sono due universi diversi, sia dal punto di vista economico che legale.

Nei film d’arte molto spesso un artista ha in mente un’idea non ben definita e cerca un finanziamento per portare a compimento il suo lavoro, mentre nel cinema la macchina produttiva deve partire con delle idee chiare di sceneggiatura, cast e tempi di produzione.

Di conseguenza nei film d’arte il budget è inferiore e influisce meno, mentre nel cinema c’è bisogno di un budget di spesa più elevato. Lo stesso vale per la distribuzione: i film d’arte, in genere adatti alle gallerie, coinvolgono poche persone che influiscono sulla fruizione e la reputazione stessa di cui godrà l’artista, invece il cinema, data la necessità di recuperare l’investimento economico iniziale, va alla ricerca di un pubblico più vasto. Dunque i due generi sono diversi fin dalla concezione del progetto, anche se e quando condividono tematiche e argomenti simili.

Jacqui Davies ha chiuso confermando però che è un momento di grande entusiasmo e di possibilità nel mondo artistico perché c’è tanta transizione da artisti a registi, ed un esempio è stata proprio la rassegna dedicata a Ursula Mayer che ha visto la proiezione della sua trilogia di film d’artista in un cinema, anzi alla Casa del Cinema.

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